Giugno

Pensavo che con l’andare del tempo sarebbe stato più facile. In fondo, tante cose riempiono la mia mente: il viaggio imminente, dettagli pratici, ansia da abbandono.

Ma nonostante questo, ogni volta che leggo qualcosa di interessante, ogni volta che scopro qualcosa di curioso, di strano, di bello, di triste, la prima cosa a cui penso è che vorrei tanto condividerlo con te, sentire la tua voce, osservare i tuoi occhi che mi guardano. 

A volte mi riusciva difficile guardarti, perchè la profondità del tuo sguardo mi ha sempre fatta sentire trapassata da parte a parte. Capivi quasi sempre quando qualcosa non  andava, quando ero triste, quando mi prendevano i miei momenti di assenza, e rimanevi in silenzio a guardarmi, mentre il mio sguardo si perdeva nelle mie fantasticherie.

Ricordi quel giorno a Firenze? Litigammo tantissimo, urlavamo in mezzo alla strada, tu eri infuriato, mi hai urlato di tutto. Io tentavo di farti capire che ciò che dicevi era assurdo, ma non mi ascoltavi. Era cosi con te: passione sfrenata mista ad adrenalina, e quando ti arrabbiavi non c’era niente che potessi fare o dire per farti ragionare. 

Mi dicesti che mi avresti dovuto lasciare, e che sarebbe finita, perchè non potevamo farcela. Io scoppiai a piangere. Non lo facevo come una sorta di ricatto psicologico, è che non riuscivo a trattenermi, non riesco a trattenermi. Mi guardasti smarrito, e mi abbracciasti: non era vero, eri solo arrabbiato, mi amavi, avevi solo me, potevamo farcela. 

Non ho mai dormito cosi bene. 

?

Me l’avevi detto tu, quella volta. Mi avevi parlato con una certa durezza e un abbondante sarcasmo. Chi esce dalla tua vita non esiste più. Una volta che qualcuno fosse stato reputato da te non più parte integrante del tuo essere, tutto quello che avevi detto, tutto quello che avevi affermato perdeva valore, si dissolveva. Ti sei proclamato come totalmente in grado di voltare pagina senza guardarti indietro.

Ma più ti guardavo, piú vedevo che dietro la tua studiata calma espressiva, si nascondeva quella paura di soffrire, di mostrarti debole, che emergeva non appena si cercava di guardare più a fondo. Forse sono tutte mie idee, e mi hai già ben dimenticata, ma mi piace credere di aver lasciato un solco più profondo di qualsiasi altro essere umano che è stato presente nella tua vita. 

 

 

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Credevo davvero a tutto ciò che mi dicevi. Nonostante il mio intuito mi dicesse che non ce l’avresti fatta, ho voluto crederci. Ma alla fine, nonostante tutto ciò che mi avevi detto, i bellissimi messaggi e le sfolgoranti parole, hai deciso che non ne valevamo la pena.

Non eravamo abbastanza. O forse, io non lo ero.

Sfuggente

 

L’alzataccia mattutina, la camminata fino alla stazione, la fretta da controllo, l’aereo troppo pieno, le urla dei bambini, io che ti cerco, qualche sedile più avanti.

La discesa, l’uscita, il sole che ci colpisce il viso, sorridi. Sorrido. L’autobus che corre, maestose montagne squadrate, noi che ci scambiamo osservazioni.

Il treno troppo freddo, l’aria troppo calda, tu che ti bruci la testa, io che non smetto di prenderti in giro.

Il mercato, i profumi, quei cannoli enormi gustati su una panchina al sole.

La camminata infinita, la litigata scocciata, noi che ci ignoriamo seduti sulle scale davanti al teatro.

Il ritorno fatto alla spicciolata, come al solito senza soldi. Un caffè in stazione, e il matto di turno.

Un bacio. Ci vediamo tra tre giorni.

Caleidoscopio

Ti ricordi quel pomeriggio?

Ero in camera a fingere di studiare, assorbita dal semplice e strepitoso fatto che solo un muro ci separava.

Sei entrato di corsa in camera mia, spalancando la porta con la tua solita impazienza, e mi hai detto “devi vedere una cosa”.

Mi hai trascinato nella tua stanza. La tapparella era semichiusa. Ci siamo seduti sul letto. Mi hai detto “guarda”. Eri eccitato come un bambino.

Un sottile filo di luce filtrava dalla finestra, illuminando, nella sua traiettoria, i minuscoli puntini di polvere che volteggiavano per la stanza. Soffiasti. Il tuo fiato scatenò un frenetico movimento polveroso, e la sottile luce solare contribuiva a creare incredibili, caleidoscopici colori arcobaleno. Era bellissimo.

Rimanemmo su quel letto a giocherellare con la polvere per una decina di minuti. Poi mi guardasti, e mi baciasti.

Fu perfetto.